giovedì 31 luglio 2014

Chi ha paura dell’equa rappresentanza di genere nelle istituzioni?

di Monica Lanfranco

Un passo avanti, due o tre indietro: si potrebbe riassumere così il tormentato stato delle cose sulla parità di genere nella rappresentanza in Italia. 
A novembre del 2012 il consiglio regionale pugliese bocciò la proposta di legge d’iniziativa popolare, sostenuta da oltre 30mila firme. L'obiettivo era modificare la legge elettorale regionale introducendo la doppia preferenza, cioè l'equa rappresentanza numerica, maschile e femminile, nelle liste elettorali e l'obbligo di esprimere sulla scheda due preferenze, una maschile e l'altra femminile. 
Un anno dopo invece, a maggio, in oltre 700 comuni si votò così, e in un video promosso dalla Rete per la parità e dal sito della Rete delle reti si fece anche un po’ di umorismo per diffondere l’informazione


Ma, poco dop,  alla Regione Sardegna si ripetè il copione pugliese. E’ di ieri la notizia che il ConsiglioRegionale della Liguria ha approvato un testo di legge elettorale nel quale le liste dovranno sì essere composte al 50% da entrambi i sessi ma senza doppia preferenza di genere, con la quale si è votato invece per le Europee. Prima del voto la Commissione Regionale ha ascoltato la Rete di donne per la politica, nella quale sono presenti quasi tutti i gruppi di attiviste di Genova. Sembra che, oltre all’esito non fausto, l’incontro sia stato istruttivo (in negativo) perché ha evidenziato come un’istituzione intermedia, come la Regione, non lontana come può apparire il Parlamento nazionale o quello Europeo, mostri un volto decisamente non amico nelle relazioni con la cittadinanza, per non parlare dell’assenza di cultura di parità. Laura Guidetti, che era all’incontro, ha scritto una memoria di quelle ore di audizione che vale la pena di condividere, perché è uno spaccato di un pezzo di ‘democrazia’ istituzionale in Italia. Laura scrive: 
A cominciare dall’accoglienza le cose non sono andate bene: abbiamo dovuto dare i nominativi 24 ore prima, i dati personali sono stati trascritti all’ingresso senza dire se sarebbero stati conservati o distrutti a fine giornata (e la privacy?); l’audizione sembrava una interrogazione scolastica, non un gruppo di cittadine che interloquiva con rappresentanti eletti: ci viene spiegato che dopo l’illustrazione delle nostre ragioni i consiglieri possono fare domande ma noi no. Il presidente della commissione dà la parola ai consiglieri chiamandoli per nome e cognome, dando per scontato che noi li si conosca e si sappia a quale gruppo politico appartengano, nessuno si presenta. Al tavolo della commissione su venti persone solo tre donne: due impiegate dell'ente, una consigliera. L'impatto è notevole, si parla di riequilibrio di genere e basterebbe guardarsi attorno per averne una visione più chiara e diretta di qualunque discorso. Chiediamo tre cose: che nelle liste i nomi delle candidature siano alternati; che si possano esprimere due preferenze purché siano per candidati di sesso differente (cosiddetta doppia preferenza di genere); che le candidate abbiano pari accesso ai media durante la campagna elettorale. E’evidente da subito, negli interventi dei commissari, che il problema è di fondo: c'è chi pensa che le donne nei luoghi della rappresentanza e del potere siano un'anomalia per la democrazia, e creino instabilità e scompenso; c'è chi non si vergogna a dire che la seconda preferenza, sicuramente di genere femminile, è una "seconda scelta", uno scarto, un voto di serie B e che questi voti porterebbero nei consigli elettivi persone (donne) non competenti, perché è evidente che la prima scelta è costituita da candidati maschi di fatto eccellenti; c'è chi si arrampica facendo ipotesi fantapolitiche secondo le quali si potrebbe candidare e far eleggere la propria moglie e pertanto arrivare a disporre di due voti in consiglio (perché la moglie, si sa, sarebbe una minus habens facilmente manovrabile); in questo mercato non manca chi ci chiede se la quota del 30% di donne nelle liste per noi sarebbe sufficiente”. La memoria di Laura è ancora lunga, e chi vorrà potrà leggerla  per intero su facebook: mi pare comunque istruttivo e rivelatore come, mentre si danno, quasi con fastidio, acquisiti e scontate diritti e parità, la strada è ancora lunga. Se l'umanità è fatta di uomini e donne, scrive Laura, è bene che siano rappresentati entrambi i generi in queste istituzioni,(anche se non mi piacciono così come sono) per addestrare i nostri cervelli a vedere facce e corpi di donne in ogni luogo e occasione, perché diventi 'normale' notare quando ciò non accade.

martedì 17 giugno 2014

Italia, mondiali e bagno di sangue

Possiamo proporre che, alla prossima partita della Nazionale, giocatori e spettatori portino il lutto al braccio?
Sono tantissime le comunicazioni che, a poche ore dalla strage familiare di Motta Visconti (alla quale sono seguìti altri due femminicidi), continuano incessanti tra gruppi, associazioni di donne, singole e singoli. Un amico mi manda un sms: Come si fa a non vergognarsi di essere un uomo -  scrive.
Sgomento, rabbia, senso di angoscia, il desiderio di fare qualcosa di concreto, forse una manifestazione nazionale, flash mob locali, momenti collettivi per condividere la paura e l’impotenza, in un paese europeo nel quale non c’è nemmeno più un riferimento ministeriale nel quale far procedere il faticoso cammino della formazione al rispetto tra i generi fin dall’asilo, uno dei più importanti argini, se non il primo strumento, per educare alla nonviolenza, e dove i centri antiviolenza faticano a stare in piedi.
La sensazione fisica è quella di essere nel plot di un testo alla Stig Larson, mentre invece di realtà si tratta: della nostra, quella della notte prima degli esami di molti figli e figlie, della vigilia della nuova partita della Nazionale, che verrà rumorosamente giocata con tre donne, una bambina e un bambino in meno, dei quali sappiamo perché mancano all’appello.
Il mondo non si ferma per le stragi perpetrate da uomini che uccidono le donne, si ferma per le partite del mondiale. Mesi fa sono stata invitata per un ciclo di incontri culturali: e le date sono state accuratamente scelte evitando gli appuntamenti calcistici dell’Italia.
Se avessimo letto, in un romanzo, o visto in tv o al cinema, che l’assassino prima stermina la famiglia e poi siede al bar ad esultare per la vittoria pallonata  avremmo pensato ad una trovata grottesca. Invece è tutto vero, e manca il fiato.
Ancora qualche settimana fa, in una discussione politica, c’era dissenso e critica sull’uso da parte delle ‘femministe’ della parola femminicidio: mai neologismo è stato più avversato, come se la potenza della parola, da sola, suonasse intollerabile. Un fastidioso memento della realtà, che bastasse evitare di nominare per cancellarne la violenza evidente.
Come nell’infanzia si chiudono gli occhi, pensando che il brutto scompaia, così in questo paese, pur a fronte del fiume di sangue che scorre ogni settimana, molte persone continuano a negare. Negare che la violenza contro le donne sia un problema degli uomini, negare che si tratti di una questione politica e sociale, negare che sia una priorità da affrontare subito e con strumenti incisivi nell’educazione alla sessualità responsabile, nella formazione, nella prevenzione, dalla famiglia, alla scuola ai luoghi di lavoro.  Quando una società chiude gli occhi, però, sappiamo cosa accade, la storia lo ha ampiamente documentato. C’è un passaggio della bella lettera scritta dall’Udi di Napoli, sui fatti di Motta Visconti, che usa una chiave di lettura importante, racchiusa della parola ‘libertà’.
Per lungo tempo – si legge nel comunicato - la violenza perpetrata in famiglia e dalla famiglia è stata dissimulata, trattata come un’anomalia di un istituto che di per sé protegge. Un istituto che protegge e che, se non lo fa, si è pensato e si pensa, è per errori e manchevolezze delle donne, spesso vittime.  In questo impianto culturale nelle separazioni tra donne e uomini esplode l’ineguaglianza profondamente voluta e coltivata nel nostro sistema: la prospettiva dell’annientamento è la minaccia immanente sull’esistenza femminile sia che le donne lascino, sia che vengano lasciate da un uomo. L’uomo che ha ucciso la moglie e i figli per riconquistare la sua libertà ha mostrato nel modo più incontrovertibile che nella libertà degli uomini non c’è spazio per quella delle donne, e che anzi la loro libertà esclude quella delle donne. Lasciare una donna, che sia quest’ultima favorevole o no alla separazione, rappresenta, di fatto, la liberazione dei suoi gesti e l’impossibilità di condizionarli. 
Un nodo non da poco: in questi decenni il concetto di libertà è stato progressivamente sganciato da quello di responsabilità, sia nell’individualità che nel collettivo. Come la cronaca ci mostra, lo spezzarsi di questo legame ha conseguenze spaventose.

giovedì 1 maggio 2014

Il femminismo come strumento di critica e autodifesa: week end di formazione conviviale

Il contrario di femminismo non è maschilismo. E' masochismo (Gloria Steinem)

Dal 6 all'8 giugno 2014, il femminismo come strumento di critica e autodifesa
Un Week end di formazione conviviale tra donne ad Altradimora (Caranzano-AL)
Facilitatrice Monica Lanfranco
Il seminario si propone due obiettivi:

1) Avvicinare donne di diverse età e provenienza alla conoscenza del percorso storico, politico e tematico dei movimenti delle donne in Italia, e delle conquiste sociali, politiche, economiche e culturali della popolazione femminile.
 
2) Approfondire, con l’uso di materiali multimediali, il tema della presenza del corpo femminile nella politica, nella cultura, nell’immaginario e nella comunicazione.


Il presupposto dal quale parte questa offerta formativa è che senza una buona conoscenza delle radici della propria libertà di donne non si è in grado di poter trasmettere ad altre, e difendere, quelle stesse libertà che si stanno esercitando.

Altradimora vi accoglie in camere da 2/3/4 posti forniti di biancheria e asciugamani; si mangia vegetariano (chi ha problemi di intolleranza lo segnali a Monica).
Si arriva dopo le 18 di venerdì, si cena, si vede un film assieme. Sabato si lavora dal mattino alla sera (con pausa pranzo e cena). Domenica si lavora fino a pranzo, ripartendo nel primo pomeriggio, dopo uno spuntino.
Sono gradite vettovaglie (cibo e vino) da condividere con le altre.
Chi non potesse arrivare venerdì può arrivare sabato entro le 10. Se è possibile portare con sé un oggetto caro (libro, abito etc) con il quale raccontare in breve la propria storia di donna.
Contributo 65 € - Iscrizioni entro 22 maggio
Scrivere a monica.lanfranco@gmail.com oppure tel. 347 0883011
Arrivare in treno: la stazione più vicina è Acqui Terme (vi si viene a prendere)
Arrivare in auto: si esce o a Ovada o ad Alessandria, poi verso Acqui terme.

Altre info su www.altradimora.it e sulla pagina facebook  

giovedì 10 aprile 2014

#Womenaeurope. Prima riunione della rete WAE: due riflessioni

Il 6 aprile 2014 si è tenuta a Milano la prima riunione della rete Wae di Womenareurope
Luciana Bova e Assunta Sarlo, due tra le oltre 100 partecipanti, condividono qui alcune riflessioni sulla situazione italiana alla vigilia della manifestazione del 12 aprile contro la legge 194, e dopo la campagna sulla fecondità lanciata dalla ministra Lorenzin:

sabato 8 marzo 2014

8 marzo 2014: appunti dal femminismo

Un breve video con le tre parole chiave utili per ri-cominciare a narrare il percorso di conquiste di libertà che le donne che hanno partecipato al movimento di liberazione hanno messo a disposizione di tutte e tutti.
Buon 8 marzo tutto l'anno a tutte!


martedì 25 febbraio 2014

WAE-Women Are Europe fa un bilancio e rilancia

WAE (Women Are Europe) è la rete che dall’Italia ha organizzato il supporto ai movimenti delle donne spagnole contro la gravissima offensiva fondamentalista sull’autodeterminazione nei diritti riproduttivi. Monica Lanfranco ha incontrato a Firenze Lea Fiorentini Pietrogrande per fare il punto sull’evoluzione delle rete e sulle prossime iniziative in Italia e in Europa. Riattiviamoci da tutte le regioni, è il momento di farlo proiettandosi in Europa.
Ascoltate l'intervista su www.radiodelledonne.org

giovedì 13 febbraio 2014

Rising for Justice: a Genova e dintorni

Ci vediamo per danzare con One Billion Rising a Genova, per la giustizia, contro la violenza sulle donne, venerdì 14 febbraio alle 17:30 in Via Garibaldi davanti al Municipio.
Indosseremo tutte i colori rosso e nero di OBR… Se non hai potuto partecipare alle prove non importa, se vuoi ripassare la coreografia la trovi qui:



L'iniziativa genovese è organizzata da Snoq Genova, Cgil, Spa Politiche di donne e Rete di donne per la politica, con la collaborazione con la Palestra Push & Pull, e con il patrocinio del Comune di Genova e del Municipio I Centro Est. A livello nazionale: Coordinamento OBR Italia,  • Altri appuntamenti in Liguria:
• LA SPEZIA: Piazza Mentana 
• VENTIMIGLIA: Piazza Sant'Agostino ore 17.00